02 giu 2015

RECENSIONE: - I DELITTI DELLA MEDUSA - GIULIO LEONI

AUTORE: Giulio LeoniCASA EDITRICE: MondadoriDATA PUBBLICAZIONE: 2006
Firenze, anno del Signore 1300. In una notte di metà luglio il priore Dante Alighieri viene chiamato in tutta fretta dal Bargello della città e condotto sul luogo di un delitto orrendo. Nel nuovo Palazzo dei Priori ancora in costruzione, tra le ali di un colossale carro allegorico a forma di aquila imperiale, è appeso il cadavere di una donna decapitata, coperta da una ricca veste di broccato color porpora intessuta d'argento. Per Dante non è difficile riconoscere il corpo della bellissima Vana del Moggio, cantatrice amatissima che con la sua voce paradisiaca ammaliava tutta Firenze. Chi può averla uccisa? E perché in quel modo così feroce? Per scoprirlo il sommo poeta dovrà inoltrarsi nella "selva oscura" degli indizi e delle false piste. E su tutto l'ombra di un terrificante mostro mitologico...

Nella storia del romanzo giallo non sono pochi gli esempi di racconti che vedono come investigatori personaggi realmente esistiti e famosi per ben altre loro capacità. Pur non essendo un gran consumatore di libri gialli, me n’è capitato di leggerne più d’uno e trovare intenti a risolvere l’enigma, di volta in volta: il filosofo Aristotele, Giulio Cesare, il genio di Leonardo da Vinci, Sigmund Freud, Ruggero Bacone, William Shakespeare, George Washington e perfino Benito Mussolini o John Lennon. Non sempre il risultato è all’altezza del personaggio usato, qualche scrittore cede alla tentazione di attualizzare troppo la storia rendendola inverosimile o ambientata in modo superficiale; altri invece usano la trama gialla solo come scusa per parlare dell’epoca e delle tematiche legate al protagonista, rendendo l’intero romanzo una specie di farraginoso trattato storico-sociale.Non è il caso di questo romanzo che vede nei panni del detective il grande poeta Dante Alighieri, o Durante degli Aldighieri, come era in realtà il suo vero nome; membro autorevole dell’Arte degli Speziali e all’epoca nella quale è ambientata la storia (estate dell’Anno Domini 1300), Priore del Libero Comune di Fiorenza (Firenze).Non è mia intenzione svelare troppo della trama, è un giallo e vi toglierei il divertimento di cercare di individuare il colpevole grazie agli stessi indizi che porteranno Dante al capo dell’intricata matassa. Preferisco dirvi che la ricostruzione d’epoca è perfetta, tutti i personaggi, a partire dallo stesso protagonista, sono tratteggiati come dovevano essere in realtà, coi loro pregi e difetti, sanguigni nei loro scatti di collera e imbevuti fin nell’intimo nella religiosità e nelle superstizioni che ne condizionavano la vita e i sentimenti. Farebbe specie al giorno d’oggi, sentire un poliziotto o un giudice istruttore interrogarsi seriamente se il delitto che è stato chiamato a risolvere sia opera di uomini o se non sia invece tutto un piano ordito dal Demonio per portare a perdizione la Cristianità a partire dalla città che amministra e consultare gli oroscopi per togliersi il dubbio; all’epoca invece erano perplessità normali, e dovevano venir prese in considerazione.Da buon pignolo, mi sono messo alla ricerca di possibili errori temporali, forse ne ho trovati due – dico forse perché almeno il primo potrebbe essere unicamente un’imprecisione: quando Dante, in preda all’ira, fracassa a sassate due damigiane piene di vino ad un mercante che l’aveva insultato, sarebbe stato più esatto chiamarle orci, in quanto nel 1300 il vetro era ancora troppo costoso per destinarlo alla produzione delle damigiane ed il vino sfuso veniva ancora trasportato in orci o anfore di terracotta. Il secondo invece suppongo che sia una svista: un savio veneziano consiglia a Guido Cavalcanti come cura per la sua febbre terzana (malaria) un estratto di corteccia di china; giustissimo, se non fosse che la china (e quindi il chinino, suo principio attivo) viene dalla corteccia del quincona, un arbusto che vive alle pendici orientali delle Ande, chiamato china (della Cina) per il solito svarione dovuto a Cristoforo Colombo che credette di essere arrivato nel Katai, proprio come il mais che venne tuttora chiamato grano turco! Mancando ancora due secoli alla scoperta dell’America, sarebbe stato più appropriato consigliare un decotto di corteccia di salice nero, ricco di acido salicilico, l’antenato dell’aspirina.Un libro che si legge tutto d’un fiato, come si conviene a un giallo ben congegnato e subito viene voglia di rileggere con più calma per meglio gustare i sapori di un’epoca ricca di avvenimenti per la storia d’Italia e riconoscere nei tanti personaggi quanto si è appreso nei nostri studi di letteratura. Un complimento all’autore per come è riuscito a fondere armoniosamente avvenimenti storici e finzione narrativa in un racconto scritto in modo piacevole e di facile lettura.
MEDEBAI
 

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