1 giu 2015

RACCONTO: QUANDO SCESERO I MARZIANI

La fine d’ottobre del 1954 fu un periodo pieno di avvistamenti straordinari in tutti i cieli della Toscana; dischi volanti furono visti sopra Lucca, Pistoia, Prato e Firenze. A Firenze addirittura provocarono l’interruzione di una partita di calcio della Serie A e furono visti da tutti i tifosi; sullo stadio e sul resto della città, in contemporanea, cadde una specie di neve a piccoli fiocchi dall’aspetto serico, simile alla neve finta che un tempo si usava per decorare l’albero di Natale ed il Presepe; quando cercavano di prenderla su da terra, si sbriciolava fra le dita fino a sparire completamente. Nonostante tutto qualcuno riuscì a raccoglierne e conservarne una piccola quantità che venne analizzata presso il Laboratorio di Chimica dell’Università, risultando essere composta principalmente da ossido di boro con tracce di idrocarburi. All’epoca non si poteva fare di più, ma le apparizioni e la “nevicata” fecero scalpore in tutta Italia, tanto che ne parlarono i quotidiani, la radio e i cinegiornali.
       Ma il fatto più clamoroso doveva ancora avvenire, e vide come protagonista una contadina della Valdambra.
       Rosa Dainelli – questo era il cognome del marito, da ragazza faceva Lotti, ma a quel tempo la moglie perdeva il cognome di famiglia al momento del matrimonio per assumere quello dello sposo – aveva all’epoca quarant’anni e già quattro figli, era una tipica contadina toscana, robusta, abituata a sgobbare da mattina a sera senza lamentarsi, semianalfabeta, senza grilli per la testa e mandava avanti insieme al marito la fattoria de la Collina, lontana dalle strade principali, fra i poggi sopra Vepri. Era anche molto religiosa, di quella religiosità semplice delle donne di campagna, fatta di novene la domenica nella piccola chiesa del borgo più vicino e di partecipazione alle processioni che si tenevano nelle festività solenni.
       La mattina del Primo novembre, festa d’Ognissanti, si era alzata come al solito prima dell’alba, aveva sbrigato le faccende domestiche ed i lavori di sua competenza e poi, dato che era festa di precetto, decise di recarsi a messa alla chiesa di Cennina, la parrocchia più vicina al suo podere. Si mise il vestito buono, quello della festa, quello da tenere di conto e, per non sciuparle, prese in mano le calze e le scarpe; se le sarebbe messe solo prima di entrare in chiesa. Per camminare fra i boschi, lungo il viottolo che risaliva la collina, andavano bene i piedi nudi, tanto c’era abituata da una vita, come tutta la gente di campagna del tempo. Prese anche un mazzolino di garofani, di quelli che con amore allevava in un vaso tenuto al riparo dal vento freddo di Tramontana nel portico d’ingresso della casa, l’unico genere di coltivazione non commestibile che si concedeva, un piccolo lusso che però era anche un risparmio perché così non aveva bisogno di comprarne per offrirli in chiesa alla Madonna o per ornare le tombe dei familiari nel piccolo cimitero della frazione.
       Erano le sei e mezza quando s’avviò di passo spedito su per la stradella in mezzo al bosco che copriva il poggio fra la sua casa e Cennina; la prima messa del mattino, lo sapeva, cominciava alle sette e mezza in punto e il prete s’arrabbiava sempre se qualcuno entrava a funzione iniziata, ma aveva tutto il tempo che le serviva ad arrivare per tempo, perciò mantenne il passo regolare che usava sempre anche quando andava per funghi o marroni, oppure a fare l’erba per i conigli e gli altri animali da cortile.
       Quando giunse alla piccola radura che c’era appena scollinato il primo dosso, più o meno a mezza strada, a un paio di chilometri dal paese, vide un oggetto strano vicino al cipresso grande; in seguito lo descrisse come un fuso da arcolaio, come due campane unite per la base, alto poco più di due metri e largo un metro e mezzo, di un materiale lucido, del color del cuoio, con una specie di oblò di vetro nel punto più largo e uno sportello simile poco più in basso; la punta inferiore era infilata nel terreno. Più incuriosita che impaurita, la Rosa si avvicinò per vedere meglio quello bizzarro aggeggio sconosciuto e, proprio quando era arrivata a pochi metri di distanza, due strani ometti le si pararono davanti balzando fuori da un cespuglio vicino al sentiero.
       Erano alti come bambini di quattro o cinque anni, non di più (circa un metro), ben proporzionati nel corpo, ma le facce erano invece di persone adulte, vestiti con una specie di calzamaglia grigia aderente (lei la descrisse simile ai mutandoni di lana che gli uomini solevano indossare d’inverno) completata da qualcosa che somigliava ad un corpetto abbottonato sul davanti con tanti bottoncini lucenti e un corto mantello sempre grigio, in testa avevano un casco che a lei sembrò di cuoio con due dischi a coprire le orecchie. Il modo di fare dei due intrusi era gentile, i volti sorridenti; cercarono di parlare con lei emettendo una serie di vocalizzi che la Rosa prese per Cinese! Continuavano a gesticolare con larghi movimenti delle braccia, e a sorridere, tanto che la donna poté poi descriverne anche la dentatura, che le era parsa come quella dei conigli, con denti larghi che le parevano limati. Cominciarono a toccare i suoi vestiti e le cose che aveva con sé come se cercassero di capire di cosa erano fatti, quindi quello che le sembrava il più anziano le strappò di mano il mazzetto di garofani ed una delle calze per osservarli meglio. La Rosa protestò, ma quello si limitò a renderle una parte dei fiori, avvolse i rimanenti nella calza e li buttò all’interno della strana macchina.
       Rosa Dainelli, approfittando che uno di quegli esseri aveva aperto lo sportello, cercò di guardarci dentro, disse poi di aver visto un mucchio di tubi intorno alle pareti e due piccoli sedili rotondi, uno accanto all’altro. Non era spaventata, solo non capiva cosa mai potessero volere quei due tizi vestiti così stranamente, e il loro comportamento – a parte il furto dei fiori e della calza – non le era parso pericoloso, anzi continuavano a sorriderle e a parlarle nella loro strana lingua fatta di la, lui, le, li, lio, lu!
       Quello più giovane prese dall’interno del veicolo un oggetto oblungo, una specie di involto marrone e lo puntò verso la contadina per poi mostrarglielo come per farle capire che non c’era alcun pericolo, ma la Rosa adesso cominciava a preoccuparsi e, approfittando di un momento in cui le sembrò non facessero più caso a lei, impegnati com’erano in una discussione fra loro, si voltò e tornò indietro, senza correre, ma allungando il passo per quanto le era possibile. Fatto un centinaio di metri e sentendosi ormai al sicuro, provò a guardare di nuovo in direzione degli strani ometti, ma sia loro che la macchina a forma di fuso erano spariti.
       Tornò fino a casa tutta trafelata e raccontò la sua avventura al marito che volle a sua volta controllare subito quanto potesse esservi di vero, raggiunse la radura e a pochi metri dal grande cipresso trovò solo un buco per terra, nel punto dove, secondo la moglie, s’era infilato il fuso marrone.
       Avvertiti dal contadino, prima ancora di mezzogiorno arrivarono sul posto anche i notabili della zona: il preposto di Cennina, Don Nerio Rossi, che conosceva bene la Rosa come una donna incapace di mentire, il decano dei maestri elementari di Ambra, Zulimo Botarelli, ed infine anche i carabinieri che raccolsero la testimonianza della donna e fecero i rilievi del caso, anche se c’era ormai ben poco da vedere; riuscirono a stabilire solo che la buca per terra non pareva essere stata fatta con un qualsiasi attrezzo d’uso comune. La protagonista continuava a ripetere a tutti la sua storia giurando che non s’era inventata niente e che non era persona che avesse le traveggole; gli altri preferirono per il momento non fare ipotesi, l’avvenimento era fin troppo grosso anche per loro.
       Ma per la povera Rosa Dainelli i guai erano solo cominciati. Nei giorni successivi al podere la Collina e su per il poggio fu tutto un via vai di giornalisti della carta stampata e della radio, esperti militari dell’Aeronautica e perfino dei Servizi Segreti e forse pure qualche psichiatra. Angiolino, il maniscalco del paese che, due giorni dopo i fatti, si era recato al podere come tutti i mesi per ferrare i buoi da tiro – due di quelle bestie magnifiche di razza chianina usate al tempo non tanto per la carne, ottima, ma per la loro placida forza aggiogate all’aratro o al carro agricolo – raccontò che l’aia e la strada che portava alla fattoria sembravano diventati un accampamento di matti, coi carabinieri a dirigere il traffico e ad impedire ai curiosi di andare a rovinare i campi appena arati o penetrare perfino nel pollaio, tanto che era riuscito a passare con la sua motoretta Guzzi solo perché il maresciallo lo conosceva bene.
       Furono scritti articoli su tutti i più importanti giornali e Walter Molino realizzò persino una copertina a colori per la Domenica del Corriere.
       E vennero trovati anche dei testimoni del fatto:
       Due fratellini di sei e nove anni, Ampelio e Marcello Torzini, che avevano accompagnato i maiali al pascolo nel bosco in quella stessa zona, confermarono di averla vista da lontano parlare con due strani ometti, ma avevano avuto paura ad avvicinarsi troppo. Raccontarono l’avventura in un pensierino a scuola, però si rifiutarono sempre di parlare coi cronisti, forse per via dei genitori che non gradivano certa pubblicità.
       Altri testimoni dissero d’aver visto più o meno a quella stessa ora, un oggetto simile ad un fuso metallico solcare il cielo partendo da un punto del bosco fra Ambra e Cennina e lasciandosi dietro una leggera scia di fumo. Verso le sei e trenta di quel Primo novembre, un operaio di San Leolino, località a circa un chilometro dal bivio di Ambra, mentre era a caccia osservò un oggetto luminoso che parve discendere nel luogo dove Rosa Dainelli incontrò poco dopo i due strani esseri. Poco più tardi, il floricoltore Andrea Livi, percorrendo in autocarro, assieme al figlio Vittorio, il tratto stradale Bucine/Ambra, osservò per un attimo nel cielo sereno un ordigno conico di colore rosso, luminoso, e delle dimensioni di circa due metri, che sembrò innalzarsi da Ambra ed attraversare la zona emettendo fiammelle e lasciando dietro di sé una scia di volute bluastre come di fumo. Tale descrizione dei fatti fu confermata dal Livi anche ai carabinieri. Bisogna considerare che erano tutti persone degne di fede e che soprattutto, a quell’ora del mattino, non avevano certo fatto in tempo a bere altro che acqua fresca o caffellatte.
       Quella sera stessa vi furono altri avvistamenti. Verso le undici e tre quarti, mentre il meccanico Marcello Pistocchi percorreva in motocicletta il tratto che daMercatale porta a Bucine, scorse nel cielo un ordigno sferico che volava orizzontalmente e che emanava una luce così forte da illuminare a giorno il terreno sottostante. Il teste ebbe l'impressione che la luce scaturisse da tre punti distinti dell'oggetto: un “faro” centrale e due più piccoli ai lati. L'ordigno era seguito da una scia rosso-bluastra. Altre due persone, Giuliano Colcelli e sua sorella Tosca, affacciatisi alla finestra della loro casa, richiamati dalle grida del Pistocchi, poterono vedere l'oggetto mentre si allontanava, descrivendolo come una specie di “uovo rossastro”. A un certo momento, secondo il Pistocchi, i fari si spensero e tutto sparì. Il fenomeno fu seguito anche da Cennina, da Gino Pianigiani, Luigi Bianchi e Don Nerio Rossi. Da Pietraviva, Ottorino Santarelli, Otello Buriasi e Angiolino Brogi descrissero l'oggetto come un “globo celeste” che volava in direzione di S. Lucia e, secondo il Santarelli, emetteva “strani lampi fra il celeste e il rosso”. Vicino a Pietraviva si arrestò in aria, poi cominciò a scendere perpendicolarmente e si fermò a metà circa del poggio di S. Lucia. Infine si rialzò puntando dapprima versoMontebenichi, e quindi deviando velocemente in direzione di Casucci (a Nord-est degli osservatori). Altre persone osservarono un oggetto volante luminosissimo nella zona di Bucine. Ed altri la notte seguente videro il cielo solcato da un oggetto luminoso che si muoveva a grande velocità illuminando a giorno il terreno sotto di sé.
       La Rosa Dainelli, per quanto visse – è morta a novantadue anni il 27 ottobre del 2006 – fu per tutti la Rosa dei Marziani; come la collinetta prima senza nome fra Vepri e Cennina, da allora e ancor oggi, è il Poggio dei Marziani.
       Sembra comunque che non fosse la prima volta che quegli ometti venivano a curiosare dalle nostre parti. Già nel 1930, un caso analogo era successo lungo l’Ambrella, un torrente che scorre ai piedi di Montebenichi, a pochi chilometri a Sud-ovest da quello che sarebbe poi diventato il Poggio dei Marziani, testimoni: lo stimato Cavalier Edoardo Lavacchi di Firenze, Seniore della Milizia e veterano della Marcia su Roma, e una lavandaia del posto, che dissero di aver visto atterrare una specie di fuso lucente, color rame scuro, da dove erano discesi due ometti alti un metro o poco più, che erano girati attorno alla donna intenta a fare il bucato nell’acqua del torrente due o tre volte per poi ripartire a bordo di quello strano veicolo dopo averle rubato un paio di calze stese ad asciugare.
       Abbiamo quindi ben due incontri ravvicinati del terzo tipo, con testimoni attendibili soprattutto per il fatto che si tratta di persone che non avrebbero mai saputo inventarsi delle storie simili.
       L’unica cosa che, anche a distanza di anni, continua a lasciarmi perplesso è la seguente:
       È mai possibile che di tutti gli extraterrestri che sembrano bazzicare sul nostro piccolo pianeta, quelli che ogni tanto capitano dalle mie parti appartengano alla categoria dei feticisti: marziani collezionisti di calze femminili?
 

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