31 mag 2015

INTERVISTA: MASSIMILIANO NUZZOLO


Nato a Mestre nel 1971, Massimiliano Nuzzolo è un promettente scrittore italiano, appartenenete al cosiddetto Gruppo del NordEst.
La sua eclettica produzione letteraria comprende alcuni romanzi, numerose antologie (sia come autore che come curatore) e una bizzarra raccolta di poesie, vagamente ispirata a "Spoon River" e non aliena da una cinica opposizione all'ottimismo in stile Moccia: "Tre metri sotto terra", ove a parlare sono i defunti, che narrano di sé e di quelle verità che i vivi ignorano (o che forse vogliono ignorare).
Poichè la musica è un altro degli interessi di Massimiliano Nuzzolo, la raccolta di poesie (del 2007) è in seguito diventata anche un'opera musicale disponibile su iTunes.
Il più recente romanzo di Massimiliano è "Fratture" (2012), una storia di vita e di amore che coinvolge due ragazzi dallo strano destino: Thomas, che ha perduto la memoria in seguito ad un grave incidente d'auto, ed Elisa, che con il mondo intrattiene pessimi rapporti e che è ossessionata dalla ricerca dell'anima. Il loro incontro porterà entrambi su di una nuova strada.
L'autore - persona aperta e molto disponibile - ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande, direttamente collegate alle curiosità suscitate dal romanzo.
- Come nasce una singolare storia di vita e d’amore come “Fratture”?
Fratture ha avuto una lunga “gestazione”. L’idea di Fratture, nata parecchi anni fa, dopo il mio primo romanzo “L’ultimo disco dei Cure”, è rimasta chiusa in un cassetto per riemergere di tanto in tanto. E’ frutto di uno studio su Albert Camus scrittore che ho amato fin dalla tenera età. L’analisi dell’Assurdo e la ricerca di un personaggio che potesse incarnare a pieno titolo l’Assurdo sulla sua pelle. La prima elaborazione del romanzo risale ad un mio trasferimento: lontano dalla mia città, vivevo una condizione “straniante”. Mi sono messo a osservare il mondo come se avessi perso tutto, il mio background, l’amore, l’affetto dei miei cari, gli stessi spazi accoglienti e consueti, i miei oggetti… E’ così che ho iniziato a formare lo sguardo di Thomas. Anche Elisa è “nata” in modo complesso, tant’è che poi in fase di rielaborazione ho continuato a “tagliare” parti di lei per creare “vuoti” esistenziali e aumentare le “fratture” e la sua “sete” di conoscenza, di scoperta. La loro “relazione” e il loro incontro poi dovevano generarsi in modo “diverso” e dare vita a qualcosa di “nuovo”. Nella composizione del testo, oltre agli scritti di Camus, mi hanno influenzato numerose altre letture, tra i vari Houellebecq, Coe, lo stesso Fitzgerald per i rapporti di coppia, ma non solo opere letterarie, basti pensare che “Fratture” è un upgrade del romanzo epistolare, per di più “composito”, alla maniera “postmoderna” (anche se le definizioni lasciano il tempo che trovano), e allo stesso tempo ho voluto conservare un’alta godibilità della narrazione augurandomi di esserci riuscito.
- In che modo si costruiscono personaggi (in un certo senso “estremi”) come Thomas ed Elisa?
Forse le ho già risposto in parte. Mi permetterei di dire “estremi” ma “rappresentativi”. In maniera stringata, da una parte la “sperimentazione filosofica”, ovvero mettere in scena “l’uomo assurdo”, dall’altra la posizione dell’artista/scienziato/filosofo (per Abbagnano il filosofare non è privilegio dei filosofi…). Poi a guardarli bene, avvicinandoci lentamente, Thomas ed Elisa risultano essere dei ragazzi normali, che privati delle sovrastrutture che in genere noi tutti tiriamo su per difenderci dal Mondo, senza maschere restano personaggi nudi. E’ questa nudità che ci fa paura a farceli percepire come estremi. Ovviamente poi i personaggi, oltre che di “teorie” e tecnica, sono fatti pure di carne, anima, emozioni...
- Un romanzo complesso come "Fratture" in che modo si pone in contatto con il tempo al quale appartiene?
Fratture parla di “crisi”, di smarrimento, di ricerca, di Identità, di nuove dimensioni dell’Esistere e in qualche modo diventa ancor di più interprete della realtà contingente. In effetti, è facile tracciare dei parallelismi tra la realtà nella quale sono immersi i protagonisti del romanzo e la realtà che vivono le persone in questo preciso momento storico.
- Nella storia compaiono molti elementi accessori, come i cartoni animati, i film e soprattutto la musica: le inclinazioni dei personaggi coincidono con le sue?
Direi che gli elementi presenti nei miei testi non sono mai del tutto accessori ma il più delle volte strutturali e funzionali allo sviluppo della trama stessa. In parte i gusti dei protagonisti e le loro inclinazioni coincidono con i miei, ma direi che quelli sono i “loro” gusti e le loro inclinazioni: vivono di vita propria a tutti gli effetti. Poi inevitabilmente amando alcune atmosfere ho cercato di conferire un’aura “dark” a tutto il romanzo, ma non volevo fosse soverchiante, piuttosto una sorta di “sottofondo” alla storia. 
- Il testo è ricco di vocaboli che iniziano con la maiuscola: Amore, Nulla, Anima, Mondo,Vita, ma anche Realtà, Cose, Paura… è un modo per attirare l’attenzione del lettore, il surrogato di un tono di voce appena più alto del normale?
Sicuramente è un’emissione vocale leggermente più forte, ma pure un indicazione di valore: è rivolta al lettore, è un’interpretazione che i personaggi danno di queste parole.
- Dovendo farlo, cosa risponderebbe alla domanda che ossessiona Elisa, “Cos’è l’anima?”?
Difficile risponderle. Posso ipotizzare sia “qualcosa che ci da Vita”, ma credo mi occorrano ancora parecchi anni di studio (e parecchi documentari) per tentare di darne una definizione precisa…
- E se fosse al posto di Thomas, cosa risponderebbe alla domanda “Ti piace la morte?” ?
Indubbiamente. Da sempre il tema è stato per me oggetto di studio, anche per cause di forza maggiore. Poi come Thomas nello specifico, anch’io le risponderei “Non saprei, sono vivo”, nel senso che essendo vivo e parecchio, anche qui posso solo ipotizzare, grazie alle informazioni raccolte, ma è indubbio che su di me eserciti un certo fascino. Sin dai tempi del Liceo riecheggiano in me le parole di Seneca che sulla Morte ha lasciato numerosi spunti di riflessione.
- Se il romanzo si trasformasse in un film, chi vedrebbe come interpreti dei suoi personaggi? Non solo i protagonisti, ma anche i comprimari: i genitori, ad esempio, sono brava gente…
Le confesso che non ci ho mai pensato prima, ma così su due piedi, per interpretare Thomas mi vengono in mente Valerio Mastandrea, oppure, Elio Germano: due giovani attori diversi tra loro ma capaci di permeare a fondo la nostra generazione con la loro recitazione. Per Elisa, mi servirebbe un’attrice che trasmetta anche fisicamente una sensazione di turbamento interiore. Carolina Crescentini? Violante Placido? Per il padre di Thomas chiederei a Tony Servillo. Per la madre vorrei Isabella Ferrari che è sempre stata il mio sogno di bambino, altrimenti Anna Galiena.
- C’è qualche aneddoto divertente o interessante legato alla creazione di “Fratture” o di altri suoi scritti? La raccolta di poesie intitolata “Tre metri sotto terra” ad esempio pare alquanto bizzarra…
Ce ne sono molti, ma le racconto di uno assai esilarante, successivo all’uscita di “Fratture”: mi invitano ad una manifestazione, arrivo e la città che ospita l’evento è tappezzata di locandine in cui l’autore presenta “Frammenti”. Troppo divertente, rido ancora quando mi viene in mente. “Tre metri sotto terra” è una raccolta di “aiku sgembi” che prendendo spunto dalla realtà aggiorna la mitica “Antologia di Spoon River” di E. L. Masters, ma lo fa in un modo estremamente irriverente, evidenziando che quando si muore non si riposa affatto in pace dentro a una bara… Il titolo va a parodiare il successo di Moccia, ma la raccolta di versi è piuttosto una sintesi minimalista e surreale delle vite e delle morti delle persone sepolte. Anche qui c’è un episodio simpatico: Federico Moccia, divertito dalla “citazione”, per mezzo di un comune amico si è fatto recapitare il libro.
- Attualmente sta scrivendo qualcosa di nuovo?
Sì, sto concludendo un nuovo romanzo e presto dovrebbe uscire una raccolta di racconti intitolata “La felicità è facile”. Incrocio le dita considerati i tempi che viviamo. E mi auguro di avere modo di parlargliene a tempo debito.
- C’è una domanda che avrebbe voluto sentirsi rivolgere, al di là delle precedenti?
No, anzi, ho apprezzato particolarmente le sue domande ed è stato un piacere conversare con lei. La ringrazio moltissimo e mi auguro di averle risposto in modo soddisfacente.
- Grazie a lei, anche per me è stato un piacere. Non dubito che ci "risentiremo" in occasione delle sue prossime opere.
FRATTURE, di Massimiliano Nuzzolo [Italic / Pequod ed., 2012; pag.184]
Esperienza per me abbastanza originale: vado a recensire il romanzo di un autore italiano il cui testo mi è stato spontaneamente e gentilmente fornito dal suo ufficio stampa. Lungi da me la tentazione di sentirmi un guru della letteratura, ma è bello che ogni tanto qualcuno pensi di richiedere la mia opinione.
Massimiliano Nuzzolo (classe 1971) è un promettente autore italiano del quale – lo confesso – sino a poco tempo fa non sapevo nulla. Però ho fatto qualche ricerca ed ho scoperto che si tratta di un personaggio alquanto eclettico, scrittore, curatore di antologie, esperto di musica: in ottimo contatto, insomma, con i vari aspetti del mondo che lo circonda.
Mi ha particolarmente incuriosito venire a sapere che ha scritto una raccolta di poesie intitolata “Tre metri sotto terra”: versi attribuibili a persone defunte, che vanno a porre in discussione ciò che di loro erroneamente si pensa e si dichiara. Per la sottoscritta – fervente apocalittica nonché devota seguace di tutte le cinque stagioni di “Six Feet Under” – l’idea di questo progetto a metà fra “Spoon River” e un calcio nei denti al futile ottimismo in stile Moccia risulta potenzialmente assai attraente.
Ma torniamo a concentrarci sul romanzo, perché “Fratture” è un buon argomento di conversazione.
Per la natura stessa della narrazione, che scaturisce in maniera diretta dalle voci e dalle riflessioni dei protagonisti, è piuttosto difficile definire una vera e propria trama: diciamo che “Fratture” è una storia di vita che finisce per diventare anche una storia d’amore, l’incontro fra due persone sofferenti e problematiche che sfocia in un nuovo inizio tutto da inventare.
Il titolo allude tanto a vere e proprie fratture fisiche, quanto ad incrinature della mente e del cuore.
Non si creda però che l'atmosfera narrativa sia cupa e oscura: seria sì, ma non priva di ironia. Ad un certo punto ad esempio si pone tra due personaggi un dialogo sul confronto – a suon di pregi e difetti – tra Licia Colò e Belen che personalmente ho trovato molto spassoso.
Thomas, programmatore di giochi elettronici, ha avuto un grave incidente d’auto che gli ha procurato un braccio rotto, un certo senso di colpa per i tre morti nello schianto, e soprattutto un’amnesia che ha fatto piazza pulita dei suoi trent’anni di vita. Thomas non ricorda nulla di sé, del suo lavoro, delle persone che lo circondano; non riconosce nemmeno i genitori o la sorella, e Carlotta, la ragazza con la quale si apprestava ad andare a vivere, è solo un’estranea che vorrebbe da lui un impossibile ritorno al passato.
In casa si trova circondato da cose che dovrebbero essere sue, ma che non gli dicono granché: libri, dischi, abiti, fotografie. Thomas insomma ha perduto tutti i punti di riferimento, non sa nemmeno dove fosse davvero arrivata la sua vita prima dell’incidente.
Elisa invece è una ventenne incerta di sé e di ciò che la circonda. Dopo aver maldestramente tentato il suicidio, si è fatta la fama di ragazza strana, forse pazza, e lei stessa non nega né smentisce davvero: non le interessa ciò che pensano gli altri, nemmeno i suoi genitori o la sorella, persone con le quali del resto ha un pessimo rapporto. Elisa in realtà ha pessimi rapporti con tutto, perché è costantemente alla ricerca di un equilibrio che le risulta troppo sfuggente. Appassionata di cinema e di fotografia, ha dato il via al difficile progetto di riuscire a rappresentare (ancora non sa esattamente in che modo) l’anima.
Grazie ad un messaggio scritto da Elisa sulla parete nel bagno di un night club, Thomas entra in contatto con lei. Inizialmente i due parlano soltanto al telefono: lunghissime conversazioni in cui raccontano – tanto a sé stessi quanto all’altro – ciò che vivono, ciò che sentono e che pensano, ciò che vorrebbero. Raccontano le loro giornate, eventi del passato e del presente, raccontano delle persone che hanno visto o conosciuto, con le quali hanno parlato.
Alla fine si incontrano a Roma. Thomas ha deciso che l’unico modo di uscire dall’angoscia che il suo stato gli procura è buttarsi tutto alle spalle e cercare un inizio interamente nuovo, libero da qualunque tipo di condizionamento; Elisa è bellissima, e in Thomas riconosce una via da imboccare per riuscire finalmente a raggiungere quell’idea di anima dalla quale è ossessionata. Il loro insomma è un incontro felice.
L’epilogo del romanzo non svela esplicitamente ciò che accadrà, ma presenta uno squarcio di ottimismo sino a quel momento estraneo ai personaggi. Si apre ad una discreta fiducia nei loro confronti e li lascia sospesi in un oceano infinito (e per questo affascinante) di possibilità.
- Romanzo non facile, quasi impressionista, si potrebbe dire: ogni singola pennellata – presa di per sé – non significa molto: per “vedere” il quadro, il disegno nel suo insieme, è necessario porsi alla giusta distanza, nella migliore prospettiva, con luce adeguata.
Confesso che personalmente sono portata a preferire romanzi di impianto più tradizionale, nei quali la narratività scorra con maggior ordine e compostezza, andando semplicemente da A a C passando per B. Tuttavia “Fratture” (il cui titolo è quanto mai pertinente e significativo) corrisponde ad una prova interessante e coinvolgente. Il suo disordine è solo apparente e tutt’altro che caotico: si tratta semplicemente di seguire il flusso dei pensieri, dei ricordi (o delle omissioni) che i personaggi mettono in campo, cercando di ascoltare ciò che hanno da dire.
E l’apparente disordine del resto tende costantemente al suo contrario, tanto è vero che nella narrazione compaiono definizioni tratte dal vocabolario (come se la realtà andasse sistemata anche attraverso precisazioni semantiche multiple, ma tutte espressive), mentre i protagonisti fanno spesso ricorso ad elenchi numerati di cose, forse nel tentativo di organizzare e regolare sensazioni troppo complesse – tormentose e tuttavia importanti – per poter essere gestite in altra maniera.
Dopo un po’ dall’inizio del romanzo, quando gli eventi ed i personaggi cominciano a definirsi con maggiore chiarezza, si è liberi di abbandonarsi al fascino della parola: quella parola che non sta semplicemente sulla pagina, tanto per riempire uno spazio, ma ci sta per dire qualcosa di bello e di significativo.
Piuttosto diverso da ciò che di solito sono abituata a leggere, ma come la Roma notturna sperimentata da Thomas in compagnia di Elisa, anche questo romanzo possiede una sua atmosfera “piena di strana magia”.
“Thomas ti piace la Morte?”
“Non saprei. Sono vivo”
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